martedì 28 giugno 2011

Devozione popolare e spazio pubblico della Chiesa. "Per rendere presente Dio nel nostro mondo"



Devozione popolare e spazio pubblico della Chiesa

Per rendere presente Dio
nel nostro mondo


di José María Gil

Desta sempre sorpresa che, data l’entità dell’impegno secolarizzatore in alcuni ambiti — impegno alimentato da innegabili impulsi ideologici e politici — si continuino a svolgere, nelle strade di molte città, e in diversi Paesi, processioni affollate, segnate da grande fervore dei credenti e da rispetto da parte di quanti non lo sono.

Benedetto XVI ha presieduto giovedì a Roma, nella solennità del Corpus Domini, la processione con il Santissimo dalla basilica Lateranense a quella di Santa Maria Maggiore accompagnato dalla devozione e dall’amore eucaristico di numerosi fedeli. Lo stesso è avvenuto domenica in gran parte del mondo cattolico. Persino a San Pietroburgo, dopo 93 anni, si è svolta la processione nella prospettiva Nevskij, la strada più importante della città russa, processione presieduta da monsignor Paolo Pezzi, arcivescovo della Madre di Dio di Mosca.

Sebbene molti considerino culturali o semplicemente belli questi atti profondamente religiosi, e pensino lo stesso delle processioni delle immagini di Cristo e della Vergine Maria, tali manifestazioni di fede non possono essere viste come meri eventi esteriori o, se si vuole, esclusivamente devozionali. Esse infatti rivendicano anche il diritto della religione cattolica e dei suoi fedeli a occupare un posto nello spazio sociale e pubblico.

Ciò è particolarmente necessario in un momento in cui si sta promuovendo nella società contemporanea una falsa concezione della natura stessa del cattolicesimo, a cui alcuni vorrebbero concedere legittimità solo nella sfera privata, in quella dell’intimità o della coscienza, o tutt’al più nell’ambito sacro dei templi, ma in nessun caso nell’ambito sociale.


Per questo stesso motivo, qualsiasi affermazione dei segni d’identità cattolica — quali sono le processioni — è decisamente indispensabile in un contesto sempre più secolarizzato, come è soprattutto quello occidentale, dove alcune correnti ideologiche e politiche non sono molto disposte ad accettare che i cristiani, e in particolare i cattolici, abbiano una voce coerente con la loro fede nelle questioni pubbliche, nel progettare la vita sociale e culturale. Fede che, d’altro canto, lo si voglia o no, è alle origini più feconde della storia, della cultura e dei genuini segni d’identità dell’Europa e ha dato forma al suo cammino storico. Le celebrazioni annuali delle grandi feste cristiane, e quella settimanale della domenica, che riuniscono milioni di fedeli e di cittadini, sono una prova del radicamento della tradizione cristiana nella cultura e nelle tradizioni del vecchio continente.

Questa corrispondenza pubblica vale non solo per la grande processione liturgica del Corpus Domini — dove Nostro Signore Gesù Cristo, reale e veramente presente nel Santissimo sacramento, percorre le strade delle nostre città, ci benedice e si lascia adorare da noi — ma anche per le manifestazioni della religiosità popolare. E tutto ciò sia per le suddette ragioni di manifestazione sociale, sia per altre dal profondo spessore teologico, poiché il più centrale dei misteri cristiani, quello dell’Incarnazione del Figlio di Dio, fa sì che le immagini abbiano diritto di cittadinanza nella religione cristiana: se Dio si è fatto carne, avvicinando a noi lo spirituale e l’eterno, come possiamo noi non anticipare nel «sacramentale» umano di un’immagine una traccia della sua presenza e della sua bellezza?



Se l’evangelista e apostolo san Giovanni condanna chi nega che Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi, e se ci dice, proprio all’inizio della sua prima lettera, che per avvertire la sua presenza abbiamo bisogno di verbi che descrivono esperienze — vedere, udire, toccare — non possiamo non capire che la fede dei semplici può giungere al mistero di Dio, a quello di Cristo sofferente e risorto, attraverso l’umile e bella mediazione di un’immagine scolpita. Immagine della quale il credente di oggi e di ieri, come l’apostolo Tommaso, ha bisogno per arrivare a Dio, e per toccare le piaghe e le ferite dell’umanità di Cristo in essa rappresentata.

Come faceva notare il cardinale Ratzinger nella sua opera Lo spirito della liturgia, «l’assenza totale d’immagini non è compatibile con la fede nell’Incarnazione di Dio (…) L’iconoclastia o rifiuto delle immagini non è un’opzione cristiana (…) L’immagine di Cristo e quella dei santi non sono fotografie. Il loro compito è di portare al di là di ciò che si può constatare dal punto di vista materiale (…) La sacralità dell’immagine consiste proprio nel fatto che procede da una contemplazione interiore e, per questo stesso motivo, porta a una contemplazione interiore».

È quindi vero che non possiamo fermarci all’immagine della religiosità popolare, alla pura rappresentazione artistica, in quanto questa religiosità ha bisogno, per non essere vana credulità, dell’aiuto della dottrina e della liturgia: fede creduta e celebrata nella Chiesa. Detto questo, è però sbagliato disprezzare ed emarginare la religiosità popolare dei semplici. Nel cristianesimo culto e cultura si tengono per mano. Per l’autentica crescita dell’umano rompere questa congiunzione non è solo diventare orfani, ma è anche un fallimento per la stessa religione.


Adoperarsi nuovamente per la loro unione e andare in processione con fede sono forme per nulla disprezzabili, purché entrambe non procedano da sole, bensì accompagnate da una vita cristiana coerente nella carità. Si tratta, in definitiva, di essere cattolici anche in pubblico, e non solo in chiesa e in processione. Per rivendicare così la presenza di Dio nel nostro mondo.

(©L'Osservatore Romano 28 giugno 2011)