martedì 26 luglio 2011

Riflessioni dagli scritti di Joseph Ratzinger. "Nel cosmo delle sette note" (Michael J. Zielinski)



Riflessioni dagli scritti di Joseph Ratzinger

Nel cosmo delle sette note


di Michael J. Zielinski

I mezzi di comunicazione ci hanno spesso presentato la figura di Benedetto XVI come quella di un grande amante della musica. I suoi frequenti interventi in materia, i numerosi concerti offerti in suo onore e persino il fatto che il fratello sia un musicista di professione, hanno delineato questa immagine di grande amateur musicale. In realtà, il rapporto tra Joseph Ratzinger e la musica va al di là della semplice passione e appare molto più profondo e ricco. In tal senso si potrebbe fare riferimento ai suoi scritti sulla materia pubblicati nel volume Lodate Dio con Arte (Joseph Ratzinger–Benedetto XVI, Venezia, Marcianum Press, 2010).

Osservando la condizione di vera crisi nella quale si trova la musica liturgica e la musica religiosa in genere, la parola del Papa ci apre la porta alla speranza attraverso una solida sintesi in cui si mostra in modo sistematico cos’è o cosa dovrebbe essere la musica a partire dalla sua stessa storia millenaria. Nelle sue riflessioni si possono davvero trovare spunti in grado di ricordare anche al musicista di professione cos’è quello che lui cerca, cosa anelano e cosa riescono a trovare gli uomini nella musica.

Quella di Benedetto XVI è una visione completamente nuova, anche se, in realtà, è una riflessione che riscopre un orizzonte antico. Nella lettura degli scritti musicali del XX secolo, per esempio, notiamo che questi non scaturiscono da temi filosofici o teologici, come in altre epoche, e nemmeno da temi letterari o poetici, ma che questi si riducono a trattati di teoria e tecniche compositive. In quest’orizzonte l’arte musicale finisce con l’apparire come un mero «mestiere». Così oggi è senz’altro più difficile incontrare due musicisti che conversano tra loro di filosofia.

Ma non è stato sempre così. I greci, la cultura e la fede nel Tempio di Gerusalemme, la prima Chiesa e quasi tutta la cultura cristiana hanno vissuto la dimensione «cosmica» della musica in forma per lo più naturale. In questo senso, nel medioevo fu figura di spicco santa Ildegarda di Bingen (1098–1179), la grande mistica tedesca. Le sue visioni confermano in un certo modo questa particolare prospettiva e la rendono «affidabile» anche dal punto di vista della fede.

Nella descrizione della visione dei Cori dei beati (Scivias, Giovanna della Croce, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2002), santa Ildegarda scrive: «Poi vidi un’aria lucidissima in cui udii secondo i predetti significati e in modo ammirevole numerosi tipi di musiche. Erano i canti di lode dei cittadini abitanti nei gaudi celesti, perché fortemente erano stati perseveranti sulla via della verità. Poi udii i canti di lamentele dei ridestati [dopo il peccato] a lode e agli stessi gaudi, e infine i canti di coloro che si esortavano vicendevolmente di offrire aiuto per la salvezza dei popoli insidiati dal diavolo. (...) E quel suono cantava nell’armonia come la voce di una moltitudine degli abitanti celesti a lode di Maria SS.ma».

Ildegarda è stata oggetto di riflessione da parte del Papa nelle sue catechesi in ben due occasioni nel settembre scorso. Nonostante la mistica tedesca non sia esplicitamente citata nel libro Lodate Dio con arte, si possono trovare delle reminiscenze: «Già i pitagorici avevano concepito la matematica dell’universo in maniera non puramente astratta. Le azioni intelligenti presuppongono, nella visione degli antichi, un’intelligenza che le causi. I movimenti intelligenti (matematici) degli astri non vengono dunque spiegati in maniera puramente meccanica, ma sono comprensibili solo sul presupposto che gli astri siano animati, “intelligenti”. Per i cristiani fu naturale il passaggio dalle divinità astrali ai cori angelici che circondano Dio e illuminano l’universo. La percezione della “musica cosmica” divenne così ascolto dei canti angelici, e il riferimento a Isaia (capitolo 6) si stabilì da sé. Un ulteriore passo fu fatto attraverso la fede trinitaria» (p. 151). Il successivo sviluppo del testo convince in maniera quasi irresistibile: «Cantare insieme a tutto l’universo significa allora porsi sulle tracce del Lògos e avvicinarlo. Ogni vera arte umana è accostamento a Colui che è l’“Artista”, a Cristo, allo Spirito Creatore» (p. 152).

Ancora nel XIX secolo compositori come Felix Mendelssohn e Franz Liszt erano dei veri poeti e il senso religioso in loro traspariva con forza. Il grande Ludwig van Beethoven in una occasione confessa all’arciduca Rodolfo d’Asburgo che per lui non c’è niente di più sublime che l’avvicinarsi a Dio più che agli uomini ed estendere all’umanità intera i raggi della divinità. Nella musica, tuttavia, la grande svolta era ormai vicina. Leggiamo: «L’interpretazione cosmica della musica, in diverse varianti, restò viva fino all’inizio dell’evo moderno. Solo il XIX secolo se ne allontanò, perché la metafisica gli sembrava superata» (p. 152). Benedetto XVI ci mostra una situazione attuale drammatica, dove facilmente si arriva agli estremi. «La musica si è divisa in due mondi che non hanno quasi più nulla a che fare l’uno con l’altro. Qui c’è da un lato la musica per la massa, che con l’etichetta pop vorrebbe presentarsi come “popolare”, come musica del popolo. Qui la musica è ormai divenuta solo una merce producibile industrialmente e misurabile secondo il valore di mercato. Dall’altro lato c’è una musica costruita razionalmente, artificiale, che risponde ai criteri tecnici più sofisticati e che a malapena riesce a superare la stretta cerchia elitaria» (p. 68). La cultura contemporanea, e l’arte musicale frutto di essa, devono forse formulare un proprio Quo vadis?

La situazione della musica sacra non riguarda esclusivamente la Chiesa, come del resto neppure la problematica del linguaggio nella musica contemporanea ha la sua sola origine nella disciplina musicale stessa. Dopo l’ascolto di certe opere contemporanee vengono alla mente le parole del conte Chigi Saracini, il quale paragonava i «creatori di formule» vale a dire certi compositori, coi farmacisti. La musica di Chiesa, da parte sua, tante volte «funzionale», non sembra oggi essere sempre all’altezza della liturgia.

Occorre un respiro più ampio. La Parola, la fonte vera, dentro l’ambito della liturgia, trova nei nostri sensi un luogo per incarnarsi, per mezzo dell’icona, del canto, della musica, dove nella modalità centrale dei segni sacramentali segue la totalità della sua espansione. «La fede — ci dice il Papa — nel suo farsi musica è una parte del processo di incarnazione della Parola» (p. 105). Questa realtà, per estensione, può interessare anche la musica intera, rinnovandola. Si arriva così alla straordinaria conclusione citata sopra, dove ogni arte umana vera — si asserisce — è necessariamente frutto dell’accostamento al Lògos, allo Spirito creatore.

Resta tuttavia la questione dei non credenti. Potrebbe essere accolta una visione di carattere religioso o addirittura cristocentrico in un mondo come quello di oggi, aldilà dei soliti vaghi riferimenti spirituali? L’urgente monito del Papa in relazione alla musica sacra, alla sua natura e la sua qualità, può senza dubbio coinvolgere il mondo della musica. «L’arte che la Chiesa ha prodotto è, accanto ai santi che vi sono maturati, l’unica reale “apologia” che essa può esibire per la sua storia. Ad accreditare il Signore è la gloria nata ad opera sua e non le acute scappatoie che la teologia escogita per ciò che è terribile e che purtroppo in questa storia tanto abbonda» (p. 46). La valenza dell’arte autentica, di fronte a credenti e non credenti, ratifica se stessa.

Il Papa fa notare che, nonostante tutto, a un occhio attento non sfugge l’esistenza di capolavori nel panorama dell’arte contemporanea. Il compositore Olivier Messiaen, nel ventesimo secolo, costituisce una testimonianza luminosa. Lo ricorda così Yvonne Loriod (in Olivier Messiaen, a cura di Peter HILL, Milano, il Saggiatore, 2008, p. 257): «Gli uccelli erano per lui musicisti sommi che cantano a gloria di Dio e lui stesso desiderava cantare come loro. Tutta la sua vita è stata una sorta di canto liturgico. Ha celebrato tutti i misteri di Cristo e ora la sua musica parla a quanti, senza saperlo, hanno bisogno di fede. Nel terribile secolo in cui viviamo, si aggrappano alla musica di Messiaen perché lui aveva fede e perché la sua musica è piena di colore e possiede un linguaggio meraviglioso».

© L'Osservatore Romano 27 luglio 2011